"Ora voglio raccontare una storia molto precisa. E' la leggenda di uno stregone che aveva un apprendista. Un giovane intelligente ansioso di imparare il mestiere. Purtroppo cominciò a sperimentare i migliori trucchi di magia prima di imparare a controllarli."
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Mi arrendo.
Considero chiusa l'esperienza di questo blog.
Le cose migliori, in fondo, avrei potuto benissimo pubblicarle sul blog-padre, cosa che in effetti continuerò a fare.
Per la cronaca le cose migliori secondo me sono (in ordine cronologico decrescente):
Sempre in tema di cose da scrivere, anche se probabilmente molti di voi ne sono già al corrente, eccovi questa proposta della Scuola Holden (cito):
"30 righe per 60 battutte. Insomma, una cartella. E di cartelle scritte dai nostri lettori, da chi frequenta il sito, dai masteristi e, in genere, da chi bazzica il mondo della Scuola, è fatto questo magazine on line. Che è aperto tutti.
Una vera e propria redazione libera e aperta a tutti, che si incontra ogni 15 giorni, al martedì, dalle 17,30 alle 19,30 alla Scuola Holden.
Troppo lontano?
Beh, la redazione è anche on line. I caporedattori sono Mario Capello e Gianluca Pallaro, il numero di telefono 011 675437.
Inviate il vostro testo o i vostri suggerimenti a 30x60@scuolaholden.it e fatelo in tempo per la riunione di redazione. Perché lì discutiamo sui pezzi da inserire, raccogliamo suggerimenti e ascoltiamo ogni volta storie nuove. Purchè siano lunghe 30 righe per 60 battute."
Cambiano le leggi e ognuno ha le proprie idee in proposito.
Per uno scrittore però le leggi sono solo uno degli aspetti della realtà con cui fare i conti.
Ad esempio la licenza di uccidere come estrema forzatura della legittima difesa è interessante, per uno scrittore.
Stamattina su Repubblica l'arguto Francesco Merlo ci provoca drammatizzando (nel senso letterale: ne fa una drammaturgia) la situazione tipica del ladro che penetra nel nostro appartamento nel cuore della notte e a cui noi, trasformati in timidi De Niro in pigiama ci apprestiamo a sparare con l'arma che "ci vergogniamo (noi di sinistra) di possedere".
Qualcuno ha qualche idea?
Me la mandi, e la vedrà pubblicata qui.
(eziotarantinoATtiscali.it)
L'amico Mauro Mirci possiede, fra le altre, una capacità, che giudico rara e preziosa, quella di scrivere a comando.
Tempo fa mi accorgo che sono in scadenza i termini di un concorso letterario che proprio Mauro mi aveva segnalato, Lame e trame. Sono questi i concorsi che preferisce: quelli a tema, sponsorizzati da piccole industrie, o consorzi commerciali (come quello del Caffè, o, in questo caso, il distretto industriale delle lame, che gravita intorno alla cittadina friulana di Maniago, PN), che hanno soldi da dedurre dalla dichiarazione dei redditi e il piacere di sentirsi mecenati che per secoli la comunità culturale nazionale dovrà ringraziare per la loro generosità. Mauro scrive, spedisce e di solito si porta a casa il primo premio, in denaro naturalmente.
Il tema di "Lame e trame" è che il racconto deve essere di "genere giallo e noir" e "dovranno ispirarsi esclusivamente a lame e/o armi e oggetti da taglio, per sviluppare con libera creatività l'intreccio della narrazione".
Appena vista l'entità del premio (1.500 euro più un coltello artigianale Lama e trama) mi sono precipitato al computer e in poco più di un'ora ho buttato giù le 4 paginette che potete scaricare e leggervi, se vi va.
La premiazione si è svolta il 19 novembre scorso. No, non sono fra i vincitori. Anche perché di mandarlo a Lame e trame poi non me la sono sentita.
Dieci centimetri non è un vero e proprio racconto. E' un dialogo, nudo e crudo, al quale ho poi aggiunto qulache elemento decorativo, ma proprio minimo, giusto per far vedere che avevo fatto uno sforzo. Una cosetta.
Lo ammetto. Ho cominciato e vi ho lascaiti appesi. Ma sono successe tante cose e il lavoro in dicembre è semplicemente pazzesco (chiusura della contabilità, bisogna sbrigarsi a fare gli ordini, posto che ci siano i soldi e se non ci sono inventarsi il modo per fare finta che ci siano eccetera eccetera, il solito tvan-tvan - per citare una per me celebre tavola di Asterix con il pirata effeminato che commenta desolato la solita razione di cazzotti rimediati nei mari prospicenti l'Armorica...)
Perché ho raccontato questa storiella? E perché l'ho terminata come l'ho terminata?
Se lasci Marcello, questo il nome del dirigente, lei farà di tutto per farle dare un aumento, anzi, le assegnerà incarichi più interessanti e la favorirà nel prossimo concorso interno.
La segretaria accetta, non le pare vero.
Le settimane successive l'uomo cerca di riconquistare la segretaria, ma senza successo. I suoi tentativi sono patetici, la loro differenza di età diventa un ostacolo (quando prima era una garanzia).
Dopo poche settimane la vita della segretaria è cambiata. Odiata da tutte le colleghe, arriva in ufficio quando le pare, va via presto, e al colloquio per l'avanzamento di grado va malissimo, ma arriva seconda e passa.
Marcello a questo punto riesce ad assegnarla nel suo ufficio. La segretaria dice di essere ancora innamorata di lui e di aver fatto quello che ha fatto solo per il loro bene comune: non si sentiva adeguata, non alla sua altezza. Ora, avuta la promozione, tutto può riprendere come prima, meglio di prima. Lui, pur non credendole, ricomincia la relazione con lei.
La dirigente, (che chiameremo Adele), per vendicarsi, fa in modo che tutti vengano a conoscenza della relazione, ma il fatto è che Marcello è un uomo libero di 55 anni e la ragazza ben più che maggiorenne. In breve: non importa a nessuno. Adele accusa il colpo. Comincia a lavorare male, il suo ufficio è un colabrodo, le impiegate e gli impiegati entrano ed escono quando gli pare, va tutto per il peggio. L'assessore la fa chiamare e le fa notare come l'indice di produttività del suo comparto sia crollato.
Adele è su tutte le furie, perché sa che la colpa è sua e questo non se lo perdona. Giura all'assessore che questo non succederà più ma da quel giorno le cose nell'ufficio cominciano ad andare ancora peggio. Nessuno le dà retta, più cerca di essere severa e intransigente, più viene ignorata da tutti.
Infine va dall’assessore per offrirgli le sue dimissioni.
L'assessore tuttavia non se la sente di cacciarla, né di toglierle le funzioni, come avrebbe fatto con un uomo, perciò decide di cacciare lui, Marcello. In fondo è lui la causa di tutto. Lei era la migliore capo ripartizione che avesse mai avuto, lui un dirigente come un altro. Lei ha 40 anni, lui 55. E poi è anche una bella donna, chi lo può negare?
L'uomo va su tutte le furie e, in preda alla rabbia più cieca, va a casa di Adele, per ucciderla.
Ma arrivato a casa sua trova la situazione cambiata. Il marito ha scoperto la sua tresca e l'ha abbandonata. Lei è in lacrime. Lui le offre comprensione e affetto. Lei gliene è grata, chiarendo che questo non cambierà la situazione.
Partono per una vacanza. La prima, nel corso della loro storia. Lui scopre che lei è noiosa, per nulla divertente e non hanno niente in comune. Scoprono i piaceri di droghe naturali, e si abbandonano a bevute epocali.
Al ritorno, Adele entra nelle grazie dell’assessore, che riesce a portarla a cena un paio di volte e a qualche festa. Adele trova l’assessore l’uomo più insulso che abbia mai conosciuto. Questo non le impedisce di frequentarlo, senza tuttavia accettare le sue avances. Non gli serve. Non gli sono mai “serviti” gli uomini. Non comincerà ora. Vive ormai con il vecchio dirigente in un clima di reciproca, patetica libertà.
Sul lavoro ha riconquistato la sua capacità e la sua autorità ora non è messa in discussione da nessuno. E’ felice. Cerca di adescare impiegati giovani, diventa sempre più esigente e cattiva. Rovina le carriere dei colleghi, manda per aria storie d’amore, è temuta da tutti. Vive con Marcello, ma senza vincoli. Quando viene trovata morta, nel salotto di casa….
comincia il romanzo.
Un alto dirigente di un ufficio della pubblica amministrazione vorrebbe favorire un amico in un concorso interno per avanzare di grado. Una tizia, al colloquio, prende il massimo dei voti, ma riescono ugualmente a farla fuori. Apriti cielo. Ha perfettamente ragione e infatti, dopo poco tempo, viene dichiarata vincitrice del concorso.
Dopo qualche tempo l'ufficio è esasperato dai modi della donna, una vera tiranna. Non risarmia nessuno. Anzi, sono proprio le altre donne ad essere maggiormente penalizzate, per varie ragioni. Fa amicizia con il dirigente che aveva provato a segarla. I due scoprono di andare perfettamente d'accordo. Cominciano una relazione reciprocamente extraconiugale. Lui si dichiara pronto a lasciare la moglie, lei non vuole invece lasciare il marito.
Dopo qualche mese lui, sempre più innamorato di lei, si separa, offrendole il suo sacrificio su un piatto d'argento.
Lei se ne frega altamente e continua come se nulla fosse la sua relazione adulterina, senza farla diventare niente di più o di diverso. Dopo un po' però si stufa e decide di lasciarlo. Lui fa una tragedia, minaccia il suicidio, l'omicidio, la strage. Lei è irremovibile. Lui se farà una ragione.
Un anno più tardi, dovendo far un nome per la carica di dirigente capo, il dirigente fa quello della donna.
Lei rimane un po' sorpresa, pensando che lui avesse voluto fargliela pagare, e fa per ringraziarlo, ma lui si schermisce. Sostiene che la promozione non è stato merito suo, e bla bla.
La donna da quel giorno si sente in dovere di ringraziarlo, di far qualcosa per lui. Il quale si è fatto intanto una nuova amante, una segretaria giovane e carina.
Avete capito. La donna piano piano impazzisce di gelosia, vede nella giovane segretaria una nemica. Riesce a farla venire nel suo staff, la vessa in tutti i modi imponendole orari di lavoro assurdi. Lei non dice nulla, perché ha capito che la sua situazione è alquanto precaria. Il dirigente del resto non ha motivi di lamentarsi con la donna. L'ufficio è produttivo come nessun altro, le cose vanno a meraviglia, l'assessore se ne è accorto e lo gratifica, a fine anno, con benefits e premi di produzione come non ne aveva visti mai prima.
La donna cerca di riconquistarlo. Lo invita a cena, lui rifiuta; poi in una casa in montagna... Lui ci va con la segretaria. Il week end è orrendo, per la donna, mentre il dirigente e la segretaria si divertono un sacco. Poco prima di ripartire per Roma, la donna propone alla segretaria di andare a comprare qualcosa insieme. L'uomo resta da solo a casa a guardare la TV satellitare.
La dirigente fa alla segretaria una proposta.
Continua.....
Come?
Chi mi onora della sua lettura da qualche tempo, sa il motivo della successiva citazione che mi appresto a copiaincollare (chi non lo sapesse può andare a leggere qui).
A parte l'amarezza per la Grande Occasione Persa (?), è un pezzo veramente gradioso...
Lei, Faletti, è uomo dai tanti mestieri. Contento di essere stato premiato proprio per l'attitività letteraria?
"Sì, perché stranamente è come un cerchio che si chiude. Vede, a 19 anni il mio sogno nel cassetto era fare lo scrittore. Ma ci voleva autodisciplina, che io non avevo: con l'occhio azzurro e il capello bruno, ero troppo impegnato con le ragazze. Questo mi ha portato a fare qualcosa di più istintivo, come la comicità. Diciamo che fino a quando il fisico me lo ha permesso, ho fatto lo scattista. Col tempo ho perso quella possibilità, e ho cominciato a scrivere. Oramai ho un'età, due giorni fa ho compiuto 55 anni...".
Dalla letteratura al cinema. I diritti di Io uccido sono stati acquistati da Aurelio De Laurentiis: l'idea è di farne un film hollywoodiano. Attualmente in fase di stesura.
"Sarà un lavoro lungo, spero che andrà a buon fine. Ma non è facile: bisogna tradurre in immagini una sensazione".
E poi gli autori di romanzi vivono sempre le sceneggiature come piccoli - o grandi - tradimenti...
"Avendo lavorato anche nel cinema, sono pronto a sacrificare una piccola parte del mio essere autore pur di ottenere un successo cinematografico. Che potrebbe spingere altra gente, che non ha letto il libro, a prenderlo".
Tra i candidati alla regia del film c'è un maestro degli incubi da grande schermo come David Cronenberg.
"Diciamo che sono seduto su uno sgabello e viene un signore a dirmi che il mio film lo ridige Cronenberg. E io come reagisco? Prendo due bicchieri d'acqua, un Prozac e mi entusiasmo".
Sembra che ancora non creda a questa ipotesi...
"Non ci crederò fin quando non vedrò i titoli di coda della pellicola, con la scritta based on the novel... e poi dopo directed by David Cronenberg. Meglio del Viagra!".
(Continua la lettura su Repubblica.it)
Lentamente, per varie ragioni, sto proseguendo, e quasi terminando, la lettura del libro di Raul Montanari, Chiudi gli occhi, di cui vi ho già parlato.
Il capitolo 30, a pagina 287, contiene, a mio modo di vedere, un erroraccio indisponente. Lo scrittore si arroga infatti un sapere assoluto che altera, senza una motivazione diegetica, cioè embedded nella dinamica intrinseca della materia narrrativa, il patto narrativo con i lettori.
All'improvviso il narratore ne sa più di noi. Ci nasconde la verità non con un artificio narrativo, ma semplicemente omettendo di descrivere ciò che si vede.
Un uomo viene ucciso. Vede e riconosce il suo assassino. Anche, ovviamente, il narratore vede, sa chi è: "L'uomo sedette sulla traversina di legno, di fronte a lui. Si guardarono".
E' troppo troppo facile mettere una benda intorno agli occhi del lettore.
Questo lo giudicherei tollerabile solo all'inizio della storia: l'autore, in quel momento sta gettando l'amo e stabilisce le regole d'ingaggio. Un uomo entra in una stanza buia, ha un cappello calato sugli occhi. Una mano in tasca. La donna è sdraiata sul divano, si è addormentata davanti alla televisione, i capelli scompigliati, sta sognando. Ha appena il tempo di aprire gli occhi, l'uomo ha un coltello in mano, almeno così sembra, la luce del televisore riflette sulla lama. Ah, sei tu? ha appena il tempo di dire la donna.
Lo ha riconosciuto? Ha frainteso? Non lo sappiamo. Comincia il gioco.
Ma se questa stessa scena si svolgesse verso la fine della storia? Curiosamente al cinema questo è consentito. L'omissione di una parte della verità è un gioco che fa parte delle aspettative. L'uomo è inquadrato di spalle, vediamo solo le espressioni del viso della donna. Anche se la scena si svolgesse in pieno giorno la scelta dell'inquadratura, di non mostrare l'assassino, anche quando questo fosse uno dei protagonisti, verrebbe accettata dallo spettatore. Che comunque vede qualcosa. Vede un uomo di spalle. Si chiede chi sia, cerca di indovinare. In ogni caso non esce dal proprio sistema cognitivo.
Ma in letteratura, dire: "un uomo entrò nella stanza", quando questo "uomo" è un personaggio noto al lettore, è uno dei protagonisti, ha un nome e un cognome, è percepito come un inganno. Il lettore non può normalmente vedere nulla di quanto succede sulla scena. La mediazione delle parole non è surrettizia, è basilare. Se lo scrittore di punto in bianco omette di raccontare una parte della scena, non sta usando uno stilema narrativo; non sta giocando con la percezione del lettore; lo sta solo prendendo in giro.
Mentre il regista, non mostrandone il volto, usa uno stilema per aumentare la suspance, lo scrittore sa solo fingendo di non sapere chi è. Il che è palesemente falso. Finge di aver perduto l'onniscenza che gli è propria, ma nessuno ci casca. E' una cosa antipatica.
E' sabato sera, sono le undici e venti, la Maggica, come ben sa Cletus, non ha fornito una delle sue più memorabili prestazioni (o forse sì, in negativo) e a me sovviene quanto ha affermato non so chi, non so quando, ma so dove, a Fahrenheit, Radiotre, e cioè che, da una raccolta di racconti, di qualunque scrittore, non bisognerebbe leggere più di un racconto per volta. Occore gustarselo, lascairlo sedimentare...
Non solo sono d'accordo. Ma io sostengo la pericolosità culturale delle raccolte di racconti: vere bombe a grappolo che fanno male un po' a casaccio, senza prendere la mira.
Chi scrive racconti dovrebbe avere il coraggio e la coerenza di non pubblicarli in libri rilegati di centoventi, centocinquanta pagine, ma uno alla volta, nei luoghi deputati.
Che ne pensate, o miei visitatori vicini come C. o lontani come C.?
Buonanotte (vi auguro di essere in tutt'altre faccende affaccendati).